Spezie d’inverno🫚
- giulia buriola
- 9 dic 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Con dicembre, le nostre cucine si riempiono di profumi: cannella gettata in quantità enormi nei dolci e nel latte, chili di biscotti allo zenzero, chiodi di garofano e arance infilzate in spiedini da far essiccare, una tazza di cioccolata calda che ci scalda le mani...questi aromi riattivano rituali e ricordi che percepiamo come parte della nostra tradizione, quasi fossero sempre appartenuti alla nostra cultura.
Mi spiace rompere l'incantesimo e fare la Grinch di turno, ma...dietro ciascun aroma c'è un altro racconto: quello del commercio globale, dei mari solcati da navi cariche di spezie, delle piantagioni lontane, delle relazioni di potere tra colonizzatori e colonizzati, dell'avvento del capitalismo moderno. E c'è anche la storia di come quel sistema estrattivo - nato con le spezie - sia lo stesso che oggi alimenta la crisi climatica, la deforestazione e lo sfruttamento delle risorse naturali.
In queste righe voglio guidarti in un viaggio, immaginario e immaginato, tra le spezie che consideriamo "natalizie" — la cannella, lo zenzero, i chiodi di garofano, la noce moscata, l'anice, il cacao — e mostrare come ognuna porti in sé tracce di memoria, dominazione e responsabilità , ma anche come le nostre scelte oggi possano spezzare quel filo di sfruttamento.
Cannella: un profumo antico, un ecosistema fragile
Immagina un bosco umido sull'isola di Ceylon (oggi Sri Lanka): giovani rami di cannella (Cinnamomum verum) vengono tagliati, la corteccia interna scoperta e arrotolata, l'aroma che fugge nell'aria. Gli esploratori europei, a partire dal 16° secolo, sapevano che dietro quell'aroma c'era un affare gigantesco. Ma non sapevano ancora bene da dove venisse: il commercio arabo aveva tenuto segreta la vera origine della cannella per lungo tempo. Quando i portoghesi e in seguito gli olandesi presero il controllo dell'isola, la cannella divenne simbolo di dominio commerciale: un bene raro, costoso, monopolizzato. Ecco allora che quando oggi cospargiamo di cannella un dolce natalizio, risvegliamo una memoria: di mani che hanno tagliato rami in foreste lontane, di sistemi coloniali che hanno imposto coltivazioni, di mercati europei affamati.
E oggi? Le foreste di cannella dello Sri Lanka sono sotto pressione: l'espansione delle piantagioni ha eroso habitat naturali, mentre la domanda globale crescente spinge verso monoculture intensive che impoveriscono il suolo. La filiera nasconde spesso condizioni di lavoro precarie e salari insufficienti per chi raccoglie la corteccia. Quando scegliamo cannella certificata biologica o da commercio equo, non stiamo solo facendo un gesto simbolico: stiamo sostenendo pratiche agroforestali che preservano la biodiversità e garantiscono dignità a chi lavora.
Zenzero: radici in movimento
Immagina mani che scavano nella terra rossa, estraendo radici nodose dal profumo pungente che scalda le narici. Lo zenzero (Zingiber officinale) racconta una vicenda di radici e rotte, di viaggio dagli altopiani dell'Asia fino alle cucine europee e coloniali. Già nell'antichità era conosciuto, usato non solo come spezia ma come medicinale. Nel 16° e 17° secolo, lo zenzero fu introdotto nelle colonie atlantiche dai portoghesi e spagnoli, per essere coltivato nel Nuovo Mondo. Lo zenzero delle Antille fu prodotto per l'Inghilterra e i Paesi Bassi, aggirando i monopoli spagnoli. Una volta in Europa divenne ingrediente di dolci natalizi — pensiamo al pan di zenzero, alle spezie che scaldano l'inverno — ma dietro quel dolce si cela un commercio che ha sfruttato piantagioni, schiavitù, rotte mercantili.
E oggi? Lo zenzero percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole - dalla Cina, dall'India, dalla Nigeria - con un'impronta carbonica significativa. Le coltivazioni intensive richiedono grandi quantità d'acqua e spesso si accompagnano all'uso di pesticidi che danneggiano ecosistemi locali. Ma esistono alternative: produttori che praticano agricoltura biologica, cooperative che reinvestono i profitti nelle comunità locali, persino piccole coltivazioni in Italia meridionale. Scegliere con cura significa ridurre l'impatto ambientale del nostro consumo.
Chiodi di garofano: piccoli fiori, grandi gerarchie
Immagina alberi dalle foglie lucide, boccioli rosati raccolti prima che sboccino, lasciati essiccare al sole fino a diventare piccoli chiodi scuri e profumati. I chiodi di garofano (Syzygium aromaticum) provengono dall'arcipelago delle Molucche, "le isole delle spezie". Qui, nei secoli 17° e 18°, la competizione tra olandesi, portoghesi e inglesi era feroce. Gli olandesi instaurarono veri e propri monopoli e misero in atto politiche dure: coltivazioni controllate, distruzione di piantagioni per mantenere alti i prezzi, schiavitù o lavoro forzato nella zona. La campagna coloniale francese di acclimatazione della noce moscata e dei chiodi di garofano fu un esperimento di dominio botanico: trasportare piante, sapere e schiavi tra isole per spezzare monopoli olandesi.
E oggi? L'eredità di quel sistema estrattivo persiste. Le Molucche e altre regioni produttrici (Tanzania, Madagascar) affrontano deforestazione per fare spazio a piantagioni, perdita di varietà locali a favore di coltivazioni commerciali, e filiere opache dove i coltivatori ricevono una minima parte del valore finale. L'albero del chiodo di garofano richiede anni per produrre e cresce meglio in sistemi agroforestali misti - non in monoculture. Sostenere filiere trasparenti significa proteggere questi ecosistemi forestali complessi e le comunità che ne dipendono.
Noce moscata: la spezia contesa e la sua vulnerabilitÃ
Immagina un frutto che si apre come uno scrigno: all'interno, avvolto in un reticolo rosso brillante (il macis), si nasconde un seme lucido e scuro — la noce moscata (Myristica fragrans). Anche questa spezia proviene dalle Molucche, le stesse isole dei chiodi di garofano, e la sua storia è altrettanto violenta e affascinante. Lo scrittore Amitav Ghosh, nel suo saggio La maledizione della noce moscata (Neri Pozza, 2024), usa proprio la noce moscata come simbolo per raccontare l'inizio del genocidio coloniale e dell'estrattivismo capitalista. Nel 1621, gli olandesi massacrarono la popolazione dell'isola di Banda per prendere il controllo totale delle piantagioni di noce moscata. Ghosh mostra come quel momento rappresenti l'alba di un sistema economico basato sullo sfruttamento sistematico di terre e persone — un sistema che continua ancora oggi attraverso la crisi climatica e l'ingiustizia globale. La noce moscata, grattugiata sui nostri dolci natalizi o nel vin brulé, porta con sé questa "maledizione": il ricordo di come il desiderio europeo per sapori esotici abbia giustificato violenze inaudite.
E oggi? La "maledizione" continua in forme diverse: monocolture di noce moscata in Indonesia che sostituiscono foreste tropicali ricchissime di biodiversità , uso intensivo di fertilizzanti chimici che inquinano i corsi d'acqua, dipendenza economica delle comunità locali da un'unica coltura vulnerabile ai cambiamenti climatici. Ghosh ci ricorda che il filo che lega il massacro di Banda al riscaldamento globale è diretto: lo stesso sistema che ha estratto spezie allora estrae oggi combustibili fossili, legname, minerali. Riconoscere questa connessione non significa solo guardare al passato: significa capire che ogni nostra scelta di consumo può perpetuare o interrompere quel sistema. Scegliere noce moscata da filiere certificate diventa un piccolo ma significativo atto di rottura.
Cacao: il dolce della contraddizione
Immagina cabosse (questo è il nome dei i frutti dell’albero del cacao: grandi baccelli ovali, spesso gialli, verdi o arancioni, che crescono direttamente sul tronco o sui rami principali. All’interno contengono una polpa bianca e dolce e una serie di semi (30-50 circa), che – dopo fermentazione, essiccazione e tostatura – diventano cacao e cioccolato) colorate appese ai tronchi, aperte con cura per estrarre semi avvolti in una polpa dolce. Il cacao (Theobroma cacao) ha trasformato il nostro Natale in una festa anche di cioccolato e dolcezza. Ma il suo percorso è tutt'altro che semplice: una pianta originaria dell'America centrale, utilizzata dai Maya e dagli Aztechi come bevanda sacra, moneta, offerta.
Quando arrivò in Europa grazie ai conquistatori spagnoli, divenne subito simbolo di status: una bevanda esotica arricchita di zucchero e spezie. Ma la produzione di cacao — e oggi del cioccolato — è strettamente legata a piantagioni coloniali, lavoro forzato, strutture di potere che ancora oggi segnano la filiera.
E oggi? In Africa occidentale, da dove proviene oltre il 70% del cacao mondiale, la filiera ha radici dirette nelle strutture coloniali: sfruttamento agricolo, impoverimento dei produttori che ricevono solo il 6% del prezzo finale di una tavoletta, deforestazione massiccia. In Costa d'Avorio e Ghana, milioni di ettari di foresta sono stati convertiti in piantagioni di cacao, con perdita catastrofica di biodiversità . Il cacao è inoltre estremamente vulnerabile al cambiamento climatico: l'aumento delle temperature sta già riducendo le aree coltivabili. Quel pezzetto di cioccolato che gustiamo alla fine di una cena natalizia racchiude queste contraddizioni. Ma esistono alternative: cioccolato da cacao agroforestale (coltivato sotto la copertura di altri alberi, preservando l'ecosistema), certificazioni serie come Fairtrade che garantiscono prezzi equi, produttori che reinvestono nelle comunità . La scelta conta.
Anice: prossimità e rotazione
L'anice (Pimpinella anisum) ha origini più vicine: coste mediterranee, Asia sud-occidentale. Non è protagonista delle stesse guerre coloniali delle spezie "tropicali", ma la sua presenza nei dolci natalizi italiani — biscotti, panpepato, ciambelle — ci ricorda che non tutte le spezie hanno viaggiato attraverso oceani. L'anice rappresenta un'alternativa preziosa in chiave ambientale: una spezia che può essere coltivata più vicino a noi, che ci invita a valorizzare le tradizioni locali accanto agli scambi globali. Scegliere anice di produzione mediterranea significa ridurre drasticamente l'impronta carbonica del trasporto, sostenere economie agricole regionali, preservare varietà locali adattate al nostro clima. In un'epoca di crisi climatica, riscoprire ciò che cresce vicino a noi non è nostalgia, ma intelligenza ecologica. La cucina natalizia è un intreccio tra radici locali e influenze lontane: possiamo scegliere di dare più spazio alle prime senza rinunciare alla ricchezza delle seconde, trovando un equilibrio che rispetti sia la tradizione che il pianeta.
Natale tra memoria, gusto e responsabilitÃ
Quando sediamo a tavola a dicembre, in mezzo a luci calde e conversazioni, potremmo chiudere gli occhi per un momento e provare ad ascoltare i mondi lontani di cui ci parlano la cannella, lo zenzero, i chiodi di garofano, la noce moscata, l'anice,e il cacao che abbiamo usato. Ci raccontano storie di natura e violenza, di sapori e sfruttamento, di terre fertili e foreste abbattute. Ma quelle storie non sono solo passato: sono presenti in ogni scelta che facciamo. Il sistema estrattivo nato con il commercio delle spezie è lo stesso che oggi alimenta la crisi climatica. La buona notizia è che possiamo provare a interrompere quel filo.
Come possiamo agire concretamente?
Scegliere con consapevolezza
Cercare certificazioni come Fairtrade, Rainforest Alliance o biologico quando acquistiamo spezie e cioccolato. Non sono perfette, ma garantiscono standard minimi di sostenibilità ambientale e sociale.
Preferire negozi di commercio equo, botteghe solidali o gruppi di acquisto che garantiscono trasparenza nella filiera e relazioni dirette con i produttori.
Quando possibile, scegliere spezie di prossimità  come l'anice mediterraneo, riducendo l'impatto del trasporto e sostenendo l'agricoltura locale.
Ridurre e valorizzare
Comprare meno, usare meglio: spesso bastano pochi grammi di una spezia per profumare un dolce. Ridurre le quantità significa sprecare meno e dare più valore a ciò che usiamo.
Conservare correttamente: spezie in barattoli ermetici, al riparo da luce e umidità , mantengono aroma e proprietà più a lungo.
Informarsi e condividere:
Chiedersi: da dove viene questa spezia? Chi l'ha coltivata? In quali condizioni ambientali e sociali?
Condividere queste riflessioni con chi ci sta intorno: il Natale può diventare occasione di conversazioni che aprono consapevolezza.
Sostenere sistemi diversi:
Cercare produttori che praticano agroforestazione (coltivazione integrata in ecosistemi forestali) piuttosto che monocolture intensive.
Privilegiare filiere corte e trasparenti quando disponibili.
Riconoscere che il prezzo più basso spesso nasconde costi scaricati sull'ambiente e su chi lavora.
In questo modo, il profumo che avvolge la casa non sarà solo nostalgico ma costruttivo: è la memoria di vicende complesse, è la promessa di scelte migliori. Il Natale può diventare anche momento di responsabilità : perché il gusto non è neutro, e una spezia scelta con cura diventa gesto di cura — per la foresta da cui proviene, per chi l'ha coltivata, per il clima che condividiamo, per chi la gusta. Si tratta piccoli semi di cambiamento in ogni tazza fumante, in ogni biscotto profumato. Sta a noi decidere quale storia vogliamo che raccontino.
Fonti
UNESCO, The Life of spice; cloves, nutmeg, pepper, cinnamon. https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000061127 (ultimo accesso: 6 dicembre 2025)
Ghosh, A. The Nutmeg's Curse: Parables for a Planet in Crisis, University of Chicago Press, 2021
Brixius, D., "A hard nut to crack: nutmeg cultivation and the application of natural history between the Maluku islands and Isle de France (1750s–1780s)", The British Journal for the History of Science, 2018
Ross, C., Bittersweet Harvest: The Colonial Cocoa Boom and the Tropical Forest Frontier, Oxford Academic, 2017
Aram, B., "Caribbean ginger and Atlantic trade, 1570–1648", Journal of Global History, 2015
Costa, D. (2025), "Intercolonial Cinnamon: Fashioning Connections from the Eighteenth to Mid-Nineteenth Centuries," History 110, 49-67. https://doi.org/10.1111/1468-229X.13428 (ultimo accesso: 6 dicembre 2025)
Beyond Beans Foundation, "A very short history of cocoa", 2023. https://beyondbeans.org/2023/07/25/a-very-short-history-of-cocoa/ (ultimo accesso: 6 dicembre 2025)
 Al Jazeera, "Harvesting 'true cinnamon': The story of the Ceylon spice," 2021. https://www.aljazeera.com/features/2021/10/18/harvesting-true-cinnamon-the-story-of-the-ceylon-spice (ultimo accesso: 6 dicembre 2025)
Nam, J.K., Medieval European Medicine and Asian Spices, Korean J Med Hist, 2014. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/25223223/ (ultimo accesso: 6 dicembre 2025)
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